Non c’ha girato troppo intorno, Frank Chamizo. “Mi hanno offerto 300mila dollari per lasciar vincere un lottatore azero, così che potesse qualificarsi alle olimpiadi. Ho rifiutato, ma tanto un modo per farmi perdere l’hanno trovato lo stesso”. Un’accusa pesantissima rivolta all’indirizzo di chi, a detta del lottatore cubano (ma naturalizzato italiano), avrebbe tentato sin dai primi giorni del preolimpico disputato la settimana scorsa a Baku, in Azerbaigian, di corromperlo per favorire gli atleti di casa, che pure in un modo o nell’altro il pass per Parigi lo hanno ottenuto. Chamizo no, almeno per il momento: avrà un’altra chance dal 9 all’11 maggio a Istanbul, dove però la via si farà ancora più stretta (appena 3 slot disponibili).

Lo scandaloso verdetto del match con Bayramov “La mia integrità viene prima di ogni cosa” Rabbia, sofferenza e l’ultima carta in Turchia

Lo scandaloso verdetto del match con Bayramov

Quanto successo a Baku, invero, aveva generato stupore già a ridosso dell’ultimo match contro l’azero Bayramov. Perché la vittoria di quest’ultima aveva molti lati (per così dire) “oscuri”: Chamizo aveva messo a terra l’avversario, come evidenziato da tutti e 5 i giudici, ma uno strano “challenge” chiamato a tempo scaduto ha consentito all’arbitro di andare a vedere quanto accaduto al video review, utilizzando però (questa l’accusa dell’italiano) soltanto una ripresa da un’angolazione che non consentiva di vedere bene il ginocchio dell’azero appoggiato a terra.

Da qui la decisione di non validare la mossa di Frank, che senza quei punti s’è ritrovato costretto a cedere a un Bayramov che avrebbe peraltro goduto anche di qualche aiuto in più a inizio match tra punti “regalati” e altri non sanzionati. Un verdetto controverso che ha fatto gridare allo scandalo un po’ a tutti gli addetti ai lavori (alcuni anche locali), prima che le parole di Chamizo facessero scattare una “bomba” ben più grande.

“La mia integrità viene prima di ogni cosa”

Perché l’accusa di corruzione della quale l’atleta ha parlato in esclusiva a La Repubblica è certamente qualcosa che non era stata messa in conto.

Non fa nomi, Chamizo, lasciando però intendere di essere pronto ad andare davanti a una commissione a raccontare i fatti nel dettaglio. “Alcune persone sono venute da me offrendomi 300mila dollari per perdere gli incontri. È successo tutta la mattina del peso: mi hanno avvicinato, mi hanno fatto capire che a Baku dovevano andare avanti gli atleti di casa, ma al mio rifiuto se ne sono andati e anche un po’ stizziti, dato che li ho letteralmente mandati a quel paese.

Perché su una cosa voglio essere chiaro: io rappresento non solo me stesso, ma anche l’Italia, la mia federazione, la Fijikam e il gruppo sportivo dell’Esercito. La mia integrità viene prima di ogni cosa”.

Rabbia, sofferenza e l’ultima carta in Turchia

Soffro sulla mia pelle per quanto è successo, per il tentativo di corruzione e anche per il modo col quale sono stato privato della carta olimpica. Sono schifato e non mi sembrava neppure vero di poter parlare di sport.

Sapevo che in Azerbaigian avrei dovuto dare il doppio, se non il triplo, perché combattevamo in casa di gente che praticamente si era comprata tutto, dalla sede della competizione finanche agli arbitri, che per tutto il torneo sono stati sempre assieme agli azeri. Quanto successo mi ha ricordato certi episodi capitati nel pugilato, dove tanti match sono stati indirizzati volutamente dai giudici. Ritengo di aver subito un’ingiustizia enorme, ma non mi fermerò davanti a niente”.

La strada che porta a Parigi offre però un’altra opportunità. “Ho voluto denunciare tutto perché provo troppa rabbia, ma anche vergogna per il mio sport. In Turchia so di giocarmi ancora l’opportunità di tornare ai giochi, ma se dovessi rivivere certe scene e situazioni già viste a Baku giuro che stavolta faccio un macello”.