Leggenda vuole che Achille Lauro lo acquistò al Napoli solo guardando una sua foto («No, è una storiella che qualche buontempone fece circolare e che poi è rimasta nella storia del Calcio Napoli»). Sempre la leggenda vuole che il potente armatore, sindaco di Napoli e proprietario del club azzurro, fosse rimasto folgorato dal colore della sua pelle. Vedendo la foto avrebbe detto “Chiste me piace, pecché è ‘o cchiù nire ‘e tutte quante e fa mettere appaura pure ‘e difensori”. Ma neanche questo è vero. Quello che è vero è che Faustinho Jarbas, detto Canè – il soprannome glielo diede sua madre, Imperialina: era il diminutivo di caneca, la tazza per il latte che da bambino non abbandonava mai, era il quinto di sette fratelli – il razzismo l’ha conosciuto.

A Napoli era diventato famoso anche per una licenziosa filastrocca che lo accomunava a Pelé. Ancor prima che arrivasse Maradona. Jarbas Faustino Cané, brasiliano come Juan Jesus e stesso colore di pelle. Epoche diverse però quelle tra Faustino Cané, ex attaccante, e il difensore azzurro ma ciò che li accomuna sono casi di razzismo: da una parte le offese di Acerbi e dall’altra, per Cané, una vita intera di ‘sfottò’ ricevuti e una carriera da allenatore anche della Primavera azzurra. In esclusiva per Virgilio Sport, l’ex bomber del Napoli ora 84enne, dice la sua sul tema in attesa delle decisioni del Giudice Sportivo.

Cané, lei ha mai subito razzismo negli stadi durante la sua carriera?

“Personalmente, grazie a Dio, non ho mai subito razzismo negli stadi o dagli avversari. Ma oggi tutto è aumentato in modo vergognoso. Purtroppo in campo i giocatori vanno a ritmi frenetici e talvolta non hanno la lucidità di ragionare sui gesti gravissimi che fanno. Mi meraviglio come anche giocatori di una certa esperienza, come Acerbi, cadano in situazioni del genere.

Sulla possibile sanzione ad Acerbi, come crede che possa andare a finire?

“Anche a Koulibaly accadde, qualche anno fa (27 dicembre 2018). Poi finì tutto in una bolla di sapone. E per Acerbi credo che vada a finire nello stesso modo: ossia nulla. Per non parlare dei brasiliani che subiscono maggiormente questo fenomeno nel mondo del calcio, ricordo quando buttarono una banana in campo a un terzino del Barcellona (Dani Alves ndr). Davvero allucinante. Spero che dalla parole di Juan Jesus emerga la verità.”

Esiste ancora il razzismo in Italia?

Quando ero giovane l’unica forma di razzismo che ho subito era da i miei coetanei, dei ragazzini che mi dicevano “negro, negro”… E io gli rispondevo “bianco, bianco…” (ride ndr.). Non è solo il bianco razzista verso il nero ma anche viceversa, se l’intento è di offendere. In Italia il razzismo esiste eccome… Non è solo in Italia purtroppo, ma nel mondo intero. Gli americani comandano il mondo e anche lì è presente ancora il razzismo. Mi affido alla filosofia e all’intelligenza delle persone e non alla cattiveria umana.”

Ci racconta qualche aneddoto di razzismo subito da lei durante la sua carriera da calciatore?

“Quando a Napoli c’era il colera ci trasferimmo a Casoria ad allenarci, non potendo stare più al Vomero per l’epidemia in corso. In quel caso dissero a tutti noi giocatori: “Voi non potete stare qua perché avete il colera”. Chiaramente, nessuno di noi aveva il colera ed anche quella era una forma di razzismo, seppur diversa dall’accezione comune data.”

E quando lei allenava il Sorrento è vero che disse che non era arrivato in Serie A ad allenare in quanto nero?

“Avevo la qualità per allenare in Serie A, il mio collega Pietro Santin ha allenato il Napoli e quando eravamo giovani facemmo il corso da allenatori insieme. Venivo dalla Serie A brasiliana, giocavo nel Napoli, avevo vinto in Serie C numerosi campionati e sinceramente mi pesò molto il fatto di non aver avuto mai il salto in categorie superiori. Mi è dispiaciuto molto ma non mi sono mai espresso in questo senso (sulla mancata carriera solo in quanto nero ndr.), oggi preferisco godermi la vita e i nipoti.”

Di recente è accaduto un altro caso di razzismo anche a Maignan, come va combattuto questo fenomeno?

“E’ una situazione difficile, ha fatto bene il portiere rossonero ad abbandonare il campo. In quel caso non c’è più lo stimolo e la tranquillità di giocare. Non è facile combattere oggi il razzismo, anche i poveri arbitri sono pressati, subiscono troppe pressioni e sbagliano con più facilità. Un tempo c’erano meno pressioni e le partite erano vissute con un altro entusiasmo, ma anche il razzismo non era così diffuso. Oggi la pagano amara i poveri giocatori e gli arbitri. Non penso che finirà mai il razzismo”.