In un’epoca di crisi del nostro movimento calcistico, sembra che la panacea di tutti i mali sia affidare la panchina ad un calciatore fresco di ritiro, spesso anche affrettando – o azzerando del tutto – la gavetta.

L’esempio più immediato è ovviamente Daniele De Rossi sulla panchina della Roma, ma anche molti altri suoi ex-colleghi stanno trovando spazio precocemente sulle panchine dei vari campionati italiani.

Uno che sembra avere tutte le carte in regola per fare un salto di categoria come l’ex capitano della Roma – una stagione in Serie B e poi subito chiamato sulla panchina giallorossa – è Alberto Aquilani, accostato ormai continuamente alla panchina della Fiorentina.

Proprio in veste di allenatore delle giovanili della Viola, Alberto Aquilani ha iniziato la sua carriera post-calcistica. Dopo il ritiro dal calcio giocato, la dirigenza toscana sceglie prima di affidargli la guida tecnica dell’Under-17 (con un intermezzo nello staff tecnico di Beppe Iachini in prima squadra) e nel 2020 quella della squadra Primavera.

Con la formazione giovanile della Fiorentina l’ex centrocampista apre un ciclo vincente, durato 3 anni, costellato da 3 Coppe Italia Primavera e 2 Supercoppe.

La nuova avventura a Pisa Cosa può diventare Alberto Aquilani

La nuova avventura a Pisa

Nell’arco di queste stagioni Aquilani attira su di sé molte attenzioni per via delle sue idee tattiche e, complici anche i buoni risultati con le giovanili gigliate, si aggiudica il premio di “Miglior tecnico Primavera” nel 2023.

Le sue doti da mister, così come anche la vicinanza geografica, lo portano quindi sulla panchina del Pisa, dove la dirigenza ha allestito una squadra per puntare alla zona alta della classifica. I nerazzurri accolgono sia giocatori di esperienza comprovata, come Valoti e Miguel Veloso, che giovani prospetti, come Arena e Vignato (quest’ultimo ceduto in prestito alla Salernitana nel gennaio 2024).

Insomma, il nuovo tecnico si trova a disposizione una rosa esperta (media età di 27.3 anni) di buon valore (27.05 mln valutazione Transfermarkt, settima rosa per valore) per provare a puntare alla zona play-off, risultato che manca dalla straordinaria cavalcata di Luca D’Angelo.

Fin dalla sua presentazione, Aquilani parla di calcio propositivo, fatto di coraggio e dominio dell’avversario indipendentemente dalla sua caratura. La prova è arrivata fin da subito, quando nella prima partita di campionato il Pisa ha sbancato Marassi con un mix organico di tecnica e pressione alta sui portatori di palla avversari.

Non è un caso, a testimonianza della mentalità offensiva introdotta da Aquilani, che il Pisa sia una delle squadre che ha segnato più gol (15) nell’ultimo quarto d’ora di gioco (recupero compreso) e, allo stesso tempo, che sia la squadra che, insieme a Bari e Ternana, ne ha subiti di più (17) nella stessa frazione di gioco.

Certamente questo è indice di una squadra che ha voglia di giocare e che non predilige, come molti, speculare sugli errori avversari. Con tutti i pro e i contro del caso.

La fase di possesso

La proposta di gioco del Pisa di Alberto Aquilani, si diceva prima, è improntata al consolidamento del possesso palla fin dalla prima costruzione, fase nella quale è coinvolto anche il portiere.

Nícolas, il portiere titolare, tenta un numero di passaggi superiore alla media degli anni passati: 31.38 nella stagione attuale a fronte di 27.13 nella stagione 2022-23, con una percentuale di riuscita di gran lunga superiore agli anni passati (75.1% a fronte di 62.2% nella stagione passata).

Vien da sé che si tratta di passaggi a corto raggio – e quindi anche più facili – trattandosi di una squadra che fa un uso massiccio della costruzione dal basso.

Il Pisa, infatti, si trova al 18° posto (su 20 squadre) per percentuale di palle lunghe del portiere, con un dato che si allontana parecchio dalla media del campionato cadetto (41.00% a fronte della media pari al 54.05%).

Il Pisa, quindi, vuole imporre il proprio dominio tramite la gestione della palla. È la seconda squadra per possesso palla (57% in media) e la terza per field tilt (54.64%), ovvero per possesso di palla nell’ultimo terzo di campo.

Il possesso palla avviene perlopiù per vie orizzontali: è la diciassettesima squadra per passaggi progressivi per 90 minuti (33 a fronte di 36 come media della Serie B), ma anche una delle squadre che utilizza meno palle lunghe per 90 minuiti (52.17 a fronte di una media di 58.89 del campionato cadetto).

Nonostante la squadra di Aquilani venga disegnata con un 4-2-3-1, in fase di possesso si delinea in maniera ben visibile un 3-4-3 (o meglio 3-2-2-3), con gli esterni d’attacco che giocano a piede invertito.

Di regola, il Pisa imposta con una linea di 3 difensori più 2 centrocampisti per consentire ai terzini o agli esterni di attaccare l’ampiezza. In questo schieramento ha acquisito sempre più importanza Tomás Esteves, classe 2002 scuola Porto, che da terzino è stato trasformato in centrocampista centrale.

C’è da dire, in realtà, che prima che questa trasformazione venisse formalizzata, il giovane portoghese già aveva assunto il ruolo di inverted fullback, spostandosi dalla posizione di terzino verso il centro del campo.

La fase di non possesso

Se in fase di possesso è essenziale il mantenimento del pallone per sviluppare le trame, in fase di non possesso per il Pisa di Aquilani è fondamentale l’intensità del pressing e il recupero immediato del pallone una volta perso il possesso.

I nerazzurri, in particolare, sono 3° per PPDA (Passes Per Difensive Action) un dato che indica quanti passaggi vengono concessi alla squadra avversaria prima di tentare un’azione difensiva e, di conseguenza, indica la pressione alta che il Pisa applica ai suoi avversari. Per non parlare, poi, dei dati sul gegenpressing.

La squadra di Aquilani si piazza al 2° posto per GPI (Gegenpressing Intensity), la frazione di tempo in cui applica pressione per recuperare il pallone una volta perso in parti offensive del campo, e al 3° posto per GPE (Gegenpressing Efficiency), la frazione di tempo in cui la squadra recupera il possesso dopo averlo perso in zone offensive di campo.

La struttura del Pisa in fase di non possesso può tranquillamente mutare in un 4-3-3, con Valoti – uno dei giocatori più determinanti di questo campionato – che va ad assumere nominalmente la posizione di mezzala accanto a Esteves, con Marin che si abbassa per schermare la difesa.

Cosa può diventare Alberto Aquilani

Quasi alla fine della prima esperienza di Aquilani come allenatore dei “grandi”, possiamo affermare che l’ex-Roma è un allenatore dogmatico, con principi di calcio molto solidi e, se vogliamo, più improntati alla scuola europea che alla classica scuola italiana.

Probabilmente 36 partite sono poche per giudicare la carriera futura dell’attuale allenatore del Pisa, anche se le sue idee emergono in maniera piuttosto chiara partita dopo partita.

E se, almeno all’inizio, i toscani facevano fatica a trovare continuità di risultati, nelle ultime partite il rullino di marcia è nettamente migliorato. Basta, a questo proposito, confrontare la classifica del girone di andata con quella del girone di ritorno: a due partite dalla conclusione del girone di ritorno, il saldo è già in positivo di 4 punti.

Le critiche che gli vengono mosse sono principalmente due, una di natura più squisitamente tattica e una di “risultato”. La prima, riguarda una non perfetta fase difensiva: il Pisa concede troppi gol rispetto alla media del campionato (1.39 per 90’ rispetto ai 1.26), anche a fronte di meno tiri concessi rispetto alla media.

Un dato che sicuramente dovrà far riflettere Aquilani, specialmente in virtù di un suo probabile salto di categoria.

L’altra critica riguarda i risultati, a detta di molti scarsi perché ritengono il valore della squadra toscana ben superiore rispetto al campionato da metà classifica fatto fino ad ora. A ben vedere, il Pisa comunque ha lottato fino alle ultime giornate per rientrare nella lotta ai play-off e contro delle rose che sono altrettanto attrezzate per farlo.

Ciò non significa che Aquilani sia un allenatore già completo, considerati i molteplici margini di miglioramento, ma sicuramente è un allenatore su cui vale la pena investire. Ma, soprattutto, un allenatore a cui va concesso del tempo per sviluppare i propri principi di gioco.

Articolo a cura di Rocco Nicita