Ora che non è più seduto sul trono, qualcuno si accorgerà di quanto grande sia stata la carriera di Novak Djokovic. Senza peraltro sapere se sia davvero giusto parlare al passato: 37 anni compiuti un paio di settimane fa, senza quell’infortunio al menisco magari già domani ci si sarebbe sperticati per scrivere altre lodi alla resilienza del talento serbo. Comunque vada, il più grande di tutti i tempi: 428 settimane in vetta alla classifica ATP, 24 titoli slam in bacheca, unico ad aver vinto almeno due volte ciascuno i nove tornei del Masters 1000, unico ad aver conquistato almeno un titolo ATP per ogni categoria (250, 500, Masters 1000 e slam) in tre decenni differenti. Si potrebbe andare avanti all’infinito, ma non aspettatevi che la lista sia destinata a esaurirsi definitivamente.

Sei tornei senza neanche una finale: non accadeva dal 2018 Il maledetto 2024: il ko. più clamoroso con Luca Nardi La rottura con Ivanisevic e i tanti punti da difendere

Sei tornei senza neanche una finale: non accadeva dal 2018

Perché Djokovic, che da lunedì non sarà più numero uno al mondo dopo 39 settimane di fila (tolse lo scettro ad Alcaraz, che più volte glielo aveva sottratto nei 12 mesi precedenti), ha ancora molte cose da dire. Anche se il 2024 ha tutta l’aria di essere un anno maledetto: arrivati al termine della stagione europea sul rosso, incredibilmente la bacheca di casa è rimasta ancora vuota di nuovi trofei.

E per far capire quanto possa lunga una sequenza di 6 tornei consecutivi senza essere mai approdato in finale per le abitudini del serbo (Australian Open, Indian Wells, Montecarlo, Roma, Ginevra e Roland Garros) vi basti sapere che l’ultima volta che Nole mise assieme 8 tornei consecutivi senza raggiungere la finale accadde tra il 2017 e il 2018.

Allora però fu un infortunio al braccio destro (poi operato) a costringerlo a ripartire quasi da zero: il ritiro a Wimbledon nel quarto di finale contro Berdych rappresentò il primo tassello di un’agonia sportiva che finì per protrarsi fino al giugno successivo, quando arrivò la sconfitta in finale al Queen’s contro Cilic, mitigata poi qualche settimana più tardi dal trionfo a Wimbledon in finale contro Kevin Anderson.

Il maledetto 2024: il ko. più clamoroso con Luca Nardi

Il 2024 di Nole non ha raccontato di particolari problemi fisici, tanto che l’infortunio al menisco rimediato contro Cerundolo rappresenta il primo vero intoppo della stagione corrente. Ma dalla finale delle Nitto ATP Finals contro Sinner dello scorso 19 novembre le cose hanno preso davvero una brutta piega.

In Australia a fine gennaio è arrivato il primo campanello d’allarme, o se preferite la prima avvisaglia di un cambio della guardia ormai imminente, con Sinner giustiziere del serbo in semifinale. A seguire, l’incredibile stop a Indian Wells contro Luca Nardi, lucky loser favoloso nel riuscire a sfruttare l’occasione inseguita una vita.

A Montecarlo è arrivato un altro stop in semifinale, stavolta contro il terraiolo Ruud, a Roma la resa senza condizioni contro la sorpresa Tabilo (al secondo turno), a Ginevra addirittura contro Machac, che l’ha sorpreso in semifinale in quella che doveva essere nelle intenzioni la prova generale in vista di Parigi.

La rottura con Ivanisevic e i tanti punti da difendere

Sui campi parigini, Djokovic s’è salvato per il rotto della cuffia contro Musetti, riuscendo poi a spuntarla anche su Cerundolo, seppur già gravato del problema al ginocchio. In mezzo, l’addio non proprio liscio con Goran Ivanisevic e la ricerca di un allenatore che ha portato alla collaborazione con Nenad Zimonjic, cui s’è aggiunto a Parigi anche Boris Bosnjakovic: “A 37 anni so come gestirmi e so cosa devo fare per migliorarmi”, ha sentenziato Nole, ma il campo per ora l’ha respinto.

“Per quanto riguarda quello che verrà dopo questo Grande Slam, al momento non ho una soluzione di allenamento a lungo termine”, ha ribadito l’ex numero uno del mondo. Che dovrà faticare e non poco per tornare in vetta alla classifica mondiale: oltre a dover fare i conti col problema al menisco, va ricordato che da qui a fine stagione i punti da difendere saranno tantissimi (6.500), a differenza di Sinner che ne avrà da difendere 3.960.

Se questa sia davvero la fine di un’era è presto per dirlo, ma di sicuro la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un passaggio di testimone importante. Sebbene Djokovic abbia già dimostrato più volte di essere davvero in grado di ribaltare l’inerzia del destino. E non ci sarebbe da stupirsi troppo se tra un anno (perché prima è improbabile che accada) possa nuovamente riprendersi la vetta.